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Suonare News settembre 2019 Editoriale
 

Perché oggi i giovani vanno meno ai concerti?
di Filippo Michelangeli

Chi ha i capelli grigi si ricorda le lunghe code al botteghino da ragazzi per procurarsi un biglietto di ingresso per ascoltare i mostri sacri di allora. Eravamo più colti? Più ricchi? Più appassionati? No. Semplicemente non esisteva Internet. E i grandi musicisti potevamo ascoltarli soltanto dal vivo


Internet, Spotify, computer, smartphone, quando parlo con i ragazzi più giovani, la cosiddetta "digital generation", mi dicono che non sentono più così forte la necessità di ascoltare musica dal vivo. Per loro l‘ascolto ormai è un‘esperienza quasi esclusivamente online. Per questo ai concerti vanno sempre di meno, e gli auditorium sono popolati da un pubblico adulto, più spesso anziano.
Vorrei fare la parte del musicista indignato, rimproverandoli perché non sanno quanto si perdono, che l‘ascolto dal vivo insostituibile, emozionante, bla bla, ma poi ripenso a quando sono stato giovane io e perché andassi con assiduità ai concerti. Semplice: non c‘era alternativa.
I dischi, i vecchi lp (il cd non esisteva), erano carissimi e larga parte di repertorio non era disponibile. Per intenderci un vinilico costava 40/50mila lire, l‘equivalente di 20/25 euro attuali, e non esistevano etichette low cost.
Per possedere una collezione di dischi bisognava avere risorse economiche importanti. Era un acquisto da adulti. Noi ragazzi ci munivamo di audiocassette (chissà se i ragazzi di oggi sanno cosa sono?) e cercavamo di farci prestare i preziosi Lp per copiarli alla buona. I più organizzati avevano addirittura i duplicatori di audiocassette. Una sorta di pirateria artigianale ante litteram.
Andare ai concerti per ascoltare i mostri sacri di allora, Nikita Magaloff, Vladimir Ashkenazy, Sviatoslav Richter, Alicia de Larrocha, Severino Gazzelloni, Franco Gulli, Itzhak Perlman, Andrés Segovia, Alirio Díaz, era l‘unico modo per accedere direttamente alla loro arte.
La televisione è sempre stata un disastro. Chi oggi si lamenta del piccolo schermo non ha memoria: un canale come Rai5 all‘epoca sarebbe stato fantascienza.
Poi c‘era la radio. Rai radio3 ha sempre avuto una buona programmazione e i più fortunati avevano accesso anche al quarto canale della filodiffusione, un servizio a pagamento della Rai che trasmetteva tantissima musica classica. Ma bisognava abbonarsi, disporre di un apparecchio ad hoc, oppure sentirlo di straforo nelle modulazioni di frequenza, con un segnale bruttacchio e non si prendeva in tutte le città.
Lo scenario, insomma, era molto diverso da oggi.
Dunque, perché meravigliarsi se oggi i concerti dal vivo sono meno attraenti per i giovani?
Se non cambierà qualcosa sarà persino possibile che, lentamente, il sistema concertistico tradizionale si avvierà all‘estinzione. Oggi è sostenuto da ingenti finanziamenti pubblici senza i quali le sale da concerto non riuscirebbero a mandare in scena neppure un recital solistico.
I giovani vanno ascoltati.
Io credo che il concerto tradizionale, un solista su un palcoscenico che suona e basta, un gruppo da camera che suona e basta, un‘orchestra che suona e basta, sia in prospettiva insalvabile. Sul palcoscenico, accanto alla magia della musica, deve aumentare lo spazio per la comunicazione, per l‘interazione con il pubblico. Ogni concerto deve marcare la differenza con l‘ascolto digitale. Un concerto dovrebbe essere anche un momento di spettacolo unico, irripetibile. Irrinunciabile soprattutto per i giovani.

 

 

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