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Suonare News settembre 2018 Editoriale
 

L'uomo di genio non va d’accordo col posto fisso
di Filippo Michelangeli

Quando Mozart compie 25 anni è musicista alla corte dell'arcivescovo Colloredo da 7 anni. I due sono ormai ai ferri corti e il loro rapporto termina con lo storico divorzio. Forse un uomo di immenso talento non è compatibile con le elementari regole di un lavoro subordinato


Il 9 giugno 1781 è probabilmente il giorno in cui è nata la figura del musicista moderno: l'artista che rinuncia al posto fisso per seguire soltanto il proprio talento e il proprio destino.
In quel lontano giorno di primavera a Salisburgo, in Austria, si consuma lo strappo definitivo tra il potente arcivescovo Colloredo e il suo musicista di corte, Wolfgang Amadeus Mozart, che egli aveva assunto nel 1773 quando il precoce compositore austriaco aveva soltanto 17 anni, anche per gentile intercessione del di lui padre, Leopold, già al soldo dell'alto prelato.
Mozart nel frattempo è diventato adulto – ormai ha 25 anni – e sente che il rapporto da “dipendente”, ancorché sicuro e privilegiato, non è più compatibile con una creatività che reclama la piena libertà di azione.
È lo stesso Wolfgang a raccontare in una lettera alla madre la celebre scena: «Questa è dunque la corte dove dovrei servire? Una corte in cui uno che intende presentare una supplica per iscritto, invece di essere agevolato nell'inoltrarla, viene trattato in questo modo? Su tutta questa faccenda non voglio più scrivere nulla ed anche se ora l'arcivescovo mi pagasse 1.200 fiorini, dopo un trattamento simile proprio non andrei da lui. Quanto sarebbe stato facile convincermi! Ma con le buone maniere, senza arroganza e senza villania. Al conte Arco (il camerlengo di Colloredo, ndr) ho fatto sapere che non ho più nulla da dirgli, dopo quella prima volta in cui mi ha aggredito, trattandomi come un farabutto. Non si azzardi a chiamarmi zotico e furfante e non mi metta alla porta con un calcio nel culo; ma dimenticavo che forse l'ha fatto per ordine di Sua grazia».
"Sua grazia" è l'arcivescovo Colloredo in persona che poco tempo prima, dopo numerose discussioni, aveva deciso di dimettere Mozart dalla carica con le seguenti parole: «Mag er geh'n, Ich brauch' Ihn nicht!» (Lasciatelo andare, non ho bisogno di lui!, ndr).
In realtà a non avere bisogno di nessuno era soprattutto Mozart che nei dieci anni che gli restarono prima di riconsegnare l'anima a Dio compose oltre 300 numeri d'opera, scrivendo il suo nome a lettere d'oro nel grande libro della storia della musica.
D'accordo, Mozart era un genio. E di musicisti della sua straordinaria forza ne nasce uno al secolo.
Ma la sua storica lite rappresenta un esempio concreto dell'impossibilità di poter coniugare una personalità geniale con le elementari regole che vengono imposte in qualsiasi rapporto di lavoro subordinato. Può anche darsi che l'arcivescovo Colloredo, e i suoi tirapiedi, non fossero i tipacci descritti da Mozart. Ma la storia è andata come ho raccontato e ci aiuta a capire che quando sentiamo dentro di noi di avere il soffio geniale e una forte necessità di esprimerlo, dobbiamo anche accettare di correre dei rischi. Il posto fisso, il ruolo in una scuola media o in un Conservatorio sono obiettivi nobilissimi. Ma sbagliano i grandi musicisti a pretendere che le istituzioni sopportino il loro incredibile stile di vita. Invece che fare surf tra permessi artistici e monte ore, a volte la cosa migliore è semplicemente dimettersi. E seguire il proprio destino.

 

 

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