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Suonare News giugno 2022 Editoriale
 

La meglio gioventù italiana chiede di contare di più
di Filippo Michelangeli

Il mese scorso avevamo in copertina il violinista Giuseppe Gibboni, fresco vincitore del Premio Paganini, Questo mese campeggia la straordinaria arpista barese Claudia Lamanna, oro a Tel Aviv, e alleghiamo il cd del flautista lucano Mario Bruno, vincitore di Kobe


Il mese scorso abbiamo messo in copertina Giuseppe Gibboni, il formidabile violinista salernitano che è riuscito a compiere l'impresa di vincere il Premio Paganini di Genova. Questa mese a campeggiare nella copertina di Suonare news c'è la straordinaria arpista barese che ha appena conquistato la medaglia d'oro al Concorso di Tel Aviv, in Israele, la più importante competizione mondiale dedicata all'arpa. Non basta: allegato al giornale trovate il debutto discografico di Mario Bruno, il flautista lucano che lo scorso marzo ha portato a casa il primo premio, ex aequo con il collega spagnolo Rafael Adobas Bayog, al Concorso internazionale di Kobe, in Giappone (questa volta svoltosi online per le restrizioni negli spostamenti dovuti al perdurare della pandemia), una delle gare più difficili e prestigiose per il flauto. Prima di lui l'unico italiano a salire sullo scalino più alto del podio fu Andrea Oliva, oggi primo flauto dell'Orchestra Nazionale di Santa Cecilia.
La meglio gioventù italiana è una squadra di valorosi giovani di cui il nostro Paese deve essere orgoglioso.
Tuttavia molti di loro, basta leggere le interviste su questo numero, raccontano che la loro eccellenza – una volta tanto è una parola non usata a sproposito – trova piena realizzazione soprattutto fuori dai nostri confini.
L'Italia è un Paese meraviglioso, ancora abbastanza ricco anche se negli vent'anni ha perso molte posizioni nel reddito medio individuale, ma nell'agenda delle sue priorità non c'è né la musica classica né la sua valorizzazione. Ci sono tante altre cose che contano moltissimo non solo per la nostra classe politica, ma anche per l'opinione pubblica: l'eleganza nel vestire, la qualità dei cibi, l'importanza di passare vacanze in luoghi ameni, lo sport. Si chiamano "usi e costumi". Ogni Paese hai i propri.
I nostri eccellenti musicisti non vanno a vivere e a lavorare all'estero solo per una mera questione di soldi. Certo, avere un buon reddito esercita sempre una forte attrazione e dona una preziosa sicurezza. In verità vanno a cercare quello che in Italia gli viene spesso negata: la dignità della loro professione.
La vecchia, logora – noi musicisti ormai ci scherziamo persino sopra – domanda che ci fanno tutti: «Ma di lavoro vero che cosa fai?» vale più di un trattato di sociologia.
L'ho vissuta sulla mia pelle tutta la vita. Quando mi presentano a un uomo di potere - un amministratore pubblico, un imprenditore, un manager di alto rango, un dirigente ospedaliero - se dicono che sono un musicista mi guardano con blanda curiosità, se mi annunciano come un giornalista li ho tutti intorno. Eppure sono sempre io.
Non ho la più vaga idea di cosa accadrà nei prossimi anni in Italia, se guardo alle posizioni economiche perdute nell'ultimo ventennio sono preoccupato, ma giacché fare il veggente non è alla mia portata, mi limito a fare il cronista e a leggere l'oggi: al momento per trattenere i nostri migliori giovani musicisti non basterebbe dare loro solo più soldi, ma considerarli a pieno titolo professionisti come tutti gli altri. Senza se e senza ma.

 

 

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