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La parabola della nomina di Beatrice Venezi al Teatro La Fenice si sviluppa nell’arco di poco più di sette mesi, dal 22 settembre 2025 fino all’allontanamento deciso il 26 aprile 2026. Va chiarito che la storia si consuma tutta sui giornali, nelle piazze, sul web. Beatrice Venezi, infatti, avrebbe dovuto assumere l’incarico da ottobre 2026, ma nel teatro veneziano, di fatto, non ha mai messo piede.
La vicenda è nota e ha avuto ampia visibilità mediatica, tuttavia vale la pena ripercorrerla. La nomina, nelle intenzioni del sovrintendente Colabianchi, arriva come un segnale forte, non solo culturale ma anche simbolico. Venezi, tra le direttrici più esposte mediaticamente della sua generazione, viene scelta per imprimere una svolta: rafforzare l’identità del teatro, ampliarne il pubblico, modernizzarne il linguaggio. Il suo profilo, secondo la dirigenza, è capace di catalizzare attenzione ben oltre il perimetro degli addetti ai lavori. All’indomani dell’annuncio, però, i professori d’orchestra reagiscono compatti e con forte contrarietà. Nei teatri d’opera esiste una prassi non scritta: la scelta del direttore musicale, pur spettando al sovrintendente, viene condivisa con le masse artistiche e cade su figure già sperimentate come ospiti. Venezi alla Fenice non aveva mai diretto in stagione, salvo un concerto durante la pandemia, senza pubblico e destinato allo streaming. Inoltre, l’orchestra non era stata consultata.
Da quel momento viene proclamato uno stato di agitazione che coinvolge non solo orchestra e coro, ma tutti i dipendenti: un fatto clamoroso. Le sigle sindacali si fanno portavoce di una protesta netta, contestando una nomina avvenuta a loro insaputa e giudicando il curriculum non adeguato alla tradizione del teatro. Partono volantini, prese di posizione pubbliche, richieste di revoca dell’incarico e, successivamente, anche di dimissioni del sovrintendente, che però difende la propria scelta.
La solidarietà all’orchestra veneziana arriva a piene mani da fondazioni liriche, orchestre e Conservatori. Per mantenere alta l’attenzione mediatica, i lavoratori adottano anche una forma di protesta originale e non violenta da distribuire al pubblico e agli appassionati: spille con fondo giallo, una chiave di violino e un cuore, da indossare per aderire simbolicamente alla loro posizione.
Con l’inizio del 2026 le tensioni si acuiscono. Sventato lo sciopero per il Concerto di Capodanno, i rapporti interni si irrigidiscono. Il nodo non è solo artistico, ma gestionale: coordinamento, pianificazione, equilibrio tra visione e realizzazione. La figura di Venezi, molto presente mediaticamente, continua ad essere respinta all’interno del teatro. Tra le reazioni dei professionisti del settore spicca quella di Riccardo Muti. Ai cronisti che gli chiedono un commento, sembra aprire uno spiraglio: «Lasciatela dirigere, giudicheranno orchestre e cori».
Il punto di rottura arriva il 23 aprile, quando, in un’intervista al quotidiano argentino La Nación, Venezi afferma: «Io non ho padrini e non vengo da una famiglia di musicisti. E questa è un’orchestra nella quale i posti si passano praticamente di padre in figlio». Parole che colpiscono direttamente la fondazione. La risposta è immediata: poche ore dopo, il comunicato del teatro è tombale: «Annullate tutte le collaborazioni future con il maestro Beatrice Venezi».
Al momento sembra chiudersi così, con la clamorosa uscita di scena della direttrice lucchese, una vicenda che per mesi ha tenuto con il fiato sospeso musicisti e appassionati.
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