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Suonare News luglio agosto 2018 Editoriale
 

Da soli si va più veloci, insieme si va più lontano
di Filippo Michelangeli

L’antico proverbio africano sembra fatto apposta per il mondo della musica. Le associazioni attive sul territorio non riescono quasi mai a fare squadra tra di loro. Concentrate sulle sovvenzioni, stentano a superare il concetto di concorrenza. Alleate, renderebbero più forte il settore


Ogni tanto mi metto nei panni di un amministratore locale, un assessore alla Cultura per esempio, che vuole sostenere il mondo della musica classica e che magari non ha una preparazione specifica, ma è soltanto una persona istruita e di qualità alla quale il sindaco ha concesso quelle deleghe.
Se interviene su iniziative giù avviate, tenderà a seguire il criterio della conservazione. Se il festival musicale era alla 21ma edizione, andrà avanti. Se la rassegna corale è stata fatta per 38 volte, metterà mano alla 39ma. Ma se vuole provare ad innovare e ad introdurre novità sarà necessario che si rivolga ai cosiddetti “tecnici”. A noi musicisti, insomma.
E qui immagino la scena. Se c’è una categoria poco unita e abituata a muoversi seguendo un forte individualismo è la nostra. Prima ancora di predisporre un bando, magari gli verrà in mente di convocare gli operatori più in vista nel territorio. Giusto per avere un confronto e capire se quell’abbozzo di idea che si è fatto possa trovare un riscontro, una conferma.
I musicisti attivi sulla stessa piazza di solito considerano tra i mali del secolo es-sere obbligati ad avere a che fare con associazioni che, per il solo fatto di avere sede nella stessa provincia, sono da disprezzare. Non ricordo di aver mai sentito parole di considerazione e stima pronunciate dai “notabili della musica” su iniziative promosse da altri nello stesso territorio.
Perché accada tutto questo è una domanda che va oltre le mie possibilità di comprensione. Che faccia malissimo al settore, invece, è un fatto.
Persino all’interno di uno stesso Conservatorio, giustamente considerato l’alta formazione musicale in Italia e quindi i docenti che lì vi operano una sorta di “prima scelta”, i musicisti non smentiscono la regola. Il senso di appartenenza, di “squadra”, tra professori è quasi sempre un’utopia.
Tornando agli amministratori locali, non possiamo chiedere loro di fare miracoli, ovvero di produrre nuove iniziative di qualità a favore della musica, se non siamo in grado di aiutarli, persino quando ci chiedono un semplice parere come operatori del settore.
Se l’obiettivo è sempre e solo quello di mettere le mani su un finanziamento, su una sovvenzione, su una prebenda, il mondo della musica andrà avanti molto lentamente.
Ci sono capoluoghi di provincia che esprimono una decina di associazioni musicali dove i rispettivi presidenti manco si parlano se si incontrano per strada. E considerano un gesto inopportuno andare ad ascoltare un concerto promosso dalla “concorrenza”.
Suggerisco agli assessori alla Cultura di sollecitare i responsabili degli enti che finanziano – con denari pubblici – ad incontrarsi almeno una volta a trimestre. Per confrontare i programmi, per evitare sovrapposizioni, per discutere le criticità che incontrano. Pur nel rispetto della loro autonomia, un coordinamento gioverebbe a tutti. Sono sicuro che, superati i primi imbarazzi, scoprirebbero che hanno molte cose utili da dirsi, nascerebbero alleanze e finirebbero per aiutarsi tra di loro.

 

 

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