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Suonare News novembre 2017 Editoriale
 

Rottamato l’autografo, con le star si fa un selfie
di Filippo Michelangeli

Cambiano le abitudini degli spettatori ai concerti. Il mondo della classica assorbe le dinamiche del rock e della lirica dove i fan difendono a spada tratta i loro beniamini. Persino la firma di un concertista sul programma di sala ha lasciato il posto a uno scatto con lo smartphone


Una volta si diceva protégé, oggi beniamini, protetti, preferiti. Sono quegli artisti che suscitano in noi un’ammirazione e una simpatia così profonda da farceli quasi adottare. Ne seguiamo la carriera con trepidazione, contenti dei loro successi, delusi quando non vediamo crescere intorno alla loro figura artistica e professionale il consenso che pensiamo si meritino.
I “preferiti” non sono necessariamente i migliori, sono semplicemente quelli  che un giorno, per un banale colpo di fulmine, perché ce ne hanno parlato o, più saggiamente, dopo averli ascoltati varie volte, riescono a far spalancare le porte, di solito ben chiuse, del nostro animo.
Il fenomeno è clamoroso nel mondo del pop e rock dove folle oceaniche di giovanissimi si radunano con molto anticipo nei luoghi dove si svolgerà l’evento, nella speranza di vedere più da vicino i loro beniamini. E quando il concerto ha inizio si assiste da parte del pubblico a scene di vera e proprio esaltazione collettiva che manda in frantumi qualsiasi elemento razionale abiti dentro di noi.
Lo stesso accade nel mondo della lirica. I melomani – così vengono chiamati gli appassionati frequentatori dei teatri d’opera – la cui passione spinge ad affrontare interminabili code per accaparrarsi un biglietto o sostenere lunghi e costosi viaggi per ascoltare i loro cantanti preferiti, sono disposti persino ad azzuffarsi per sostenere la supremazia artistica di un artista rispetto ad altri. E non c’è verso di fargli cambiare idea.
Il mondo della musica cameristica è sempre rimasto un passo indietro rispetto a tutto questo. Intorno a un pianista, a un violinista, o a un violoncellista si è sempre creato un consenso basato soprattutto su una critica oggettiva. Gli appassionati di cameristica hanno sempre guardato con il sopracciglio alzato le ragazzine urlanti nei concerti di rock e i loggionisti sgraziati che buavano a scena aperta dagli ultimi ordini di palchi.
Oggi qualcosa è cambiato e anche nel compassato ambiente della musica colta sta crescendo un consenso che si autoalimenta, sottraendosi ai sacri principi della critica.
Un pianista piace perché sa toccare le corde giuste del pubblico, anche del più raffinato. Arrivano post e commenti sui social network che ricorrono ormai in modo sistematico all’iperbole: «travolgente, miracoloso, epico, immenso, fenomenale». In confronto la celebre frase di Cortot che, udita la prova del 19enne Benedetti Michelangeli al Concorso di Ginevra esclamò: «È nato il nuovo Liszt!» sembra quasi un convenevole.
Ma anche la critica non vede l’ora di sottolineare con enfasi una standing ovation al termine di un concerto senza andare troppo per il sottile quando coincide con una strategica fuga del pubblico che abbandona la sala.
Forse era inevitabile che la musica classica, nella globalizzazione non solo geografica ma anche di genere, finisse per adottare le stesse dinamiche delle altre forme musicali. Persino la richiesta di un autografo in camerino ha lasciato il posto a un immancabile selfie.

 

 

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