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Suonare News novembre 2020 Editoriale
 

Niente sarà più come prima
di Filippo Michelangeli

Durante la lunga e difficile emergenza sanitaria abbiamo assunto tutti la consapevolezza della precarietà del lavoro non garantito dallo Stato. I lavoratori a partita Iva sono entrati in sofferenza e il giorno in cui il Covid verrà sconfitto sarà più difficile ricostruire il lavoro perduto


Tra le poche certezze che stanno consolidandosi in questi lunghi e difficili mesi di emergenza sanitaria – che iniziata lo scorso febbraio si avvia a tagliare il triste traguardo di un anno – c’è la consapevolezza che il diritto al lavoro e alla sua conseguente remunerazione non è mai apparso così precario e poco tutelato.
Nel nostro Paese i titolari di un reddito sono circa 40 milioni: 24 milioni di lavoratori – 19 milioni di dipendenti e 5 milioni autonomi (il cosiddetto “popolo delle partite Iva”) – e 16 milioni di pensionati. I restanti 20 milioni sono studenti, casalinghe e disoccupati.
Quando la pandemia ha travolto l’Italia i primi ad entrare in sofferenza sono stati i lavoratori a partita Iva, giacché per definizione il loro rapporto di lavoro è basato su “collaborazioni”, sono free lance che prestano i loro servizi a più committenti. In quest’ultima categoria sono presenti tantissimi lavoratori dello spettacolo, musicisti, cantanti, compositori, registi, sceneggiatori, macchinisti, ballerini, critici musicali, uffici stampa, eccetera. Per tutti loro il governo, ricorderete, mise a disposizione la scorsa primavera un bonus una tantum di 600 euro, poi elevato a 1.000. È del tutto evidente che il provvedimento non ha potuto garantire a costoro di far fronte agli impegni che avevano sottoscritto, affitti, mutui, spese correnti e chi non ha potuto contare su risparmi o aiuti familiari è entrato in sofferenza.
È andata meglio ai dipendenti del settore privato. Nel loro caso, anche quando l’azienda è stata chiusa durante il lockdown, hanno potuto contare sulla cassa integrazione in deroga. Un assegno molto ridotto rispetto al loro normale stipendio, pagato sovente con mesi di ritardo, ma almeno erogato per tutto il periodo in cui sono stati fermi dal lavoro.
Gli unici al riparo dalle turbolenze economiche legate all’emergenza sanitaria sono stati i dipendenti del settore pubblico. Sono circa 3,5 milioni di lavoratori del comparto scuola, forze dell’ordine, sanità, giustizia, uffici regionali, comunali, municipalizzate.
Il settore musicale non fa eccezione rispetto al quadro appena descritto e allinea tutte e tre le categorie.
Il giorno, speriamo prima possibile, in cui verrà superata l’emergenza  Covid,  dopo aver contato le aziende e le associazioni ancora aperte, quello che sarà chiaro a tutti è che non sarà più possibile aprire con la stessa serenità nuove attività musicali, orchestrali, concertistiche, culturali, concorsistiche, perché avremo tutti la piena consapevolezza dell’enorme precarietà di dare vita ad attività non garantite dallo Stato.
Sarà un danno enorme perché oggi, i lettori di Suonare news
lo sanno bene, in Italia esiste un capillare e insostituibile network di attività musicali che offrono migliaia di opportunità professionali ai musicisti, ma che rischia, dopo la pandemia, non solo di aver perso molti pezzi, ma di apparire meno attraente per i giovani che non vorranno garantirne il ricambio generazionale.

Lo Stato è ancora in tempo per impedire questo scenario, offrendo in fretta robusti sussidi a fondo perduto al settore. Il Recovery Fund dovrebbe servire anche a questo. Va fatto subito, prima che sia troppo tardi.  

 

 

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